Quasi tenebra di Daniele Trevisan  

   

Orrore al Sole 2017  

   

Schegge per un Natale Horror 2016  

   

Una Zombie Novel  

   

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Delirium  

   

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Un Natale da Horror 2012 - Tutti i racconti

Un Natale da Horror 2012 - Tutti i racconti. Leggi e commenta!

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A casa per le feste - Michele Protopapas
A Natale si pranza con la famiglia - Carlo Bovolo
Babbo Natale Rosso Sangue - Elio Errichiello
Buon Natale Mark - Jack Chinasky
Buon Natale Tesoro - Paolo Secondini
Cattive Compagnie - Enrica Aragona
Christmas Present - Sergio Duma
Creepy Christmas - Mattia Vercellato
Damon Gallagher in Killing Santa Clause - Simone Censi
Fadeout - Tiziana Boccaccio
Furia Rossa - Jacopo Mondini
I Quattro Canti della Neve - Romina De Rossi
Il Babbo Natale - Marco Ferroni
Il Cadavere nel Camino - Alessandro Continiello
Il Grande Vecchio - Damiano Lotto
Il nostro piccolo segreto - Roberto Riccioli
Il Presepe vivente - Sara Storchi
Il Primo Natale - Roberto Guarnieri
Il regalo di Natale del piccolo Jimmy - Marco Orlandi
L'Albero di Natale - Federico Mattioni
L'Albero di Natale - Giulio Uggè
L'Amica - Giuseppe Novellino
L'Assedio - Corrado Vallerotti
L'incontro delle due Jenny - Ethel Vicard
L'Indicibile - Sergio Belsanti
L'ultima casa - Patrizia Benetti
L'Undicesima Strada - Walter Perello
La fabbrica degli Elfi - Annalisa Platania
La Maledizione di Natale - Paolo Cirillo
La Pallina Verde - Ivano Cipollina
La vaccinazione anti influenzale - Mauro Sighicelli
La Vendetta dei Giuditta - Ugo Perugini
Magica Notte - Davide Giannicolo
Natale alle porte - Alessandro Maxia
Nettare Rosso - Michela Tognotti
Neve - Andrea Francioli
Novella Natalizia N° 1 - Marco Cattarulla
Pater Noster - Nicola Orofino
Paura e delirio a Natale - Camilla Bottin
Per favore non rompete le palline - Marco Bertoli
Porco Augusto - Enrico Martini
Quell'assurda Notte di Natale - Patrizia Salvini
Regali - Alfredo Crispo
Regalo di Natale - Francesco Gallo
Requiem di Natale - Marco Torti
Rosso Natale - Salvatore Di Sante
Rosso Natale - Simone Porceddu
Sfera di Natale - Paolo Borzini
Spirito Natalizio - Giuliana Ricci
Strani incontri - Matteo Belotti
Tu ci credi a Babbo Natale? - Clarissa Costa
Un buon marito - Nicky Bit
Un giorno sulla Terra - Alessandro Fiorencis
Un Natale senza ricordi - Giordano Lupi
Un panettone che è la fine del mondo - Sara Quero
Un regalo a metà - Maurizio Barbarisi
Un regalo per Natale - Elisa Martinetti
Un tragico Natale - Mirko Ecker
Una Stella per Natale - Ughetta Aleandri
Una Storia di Natale - Simone Babini
Una tazza di té per Natale - Marco Giannino
Videogiochi pericolosi - Alessandro Cicioni

A casa per le feste - Michele Protopapas

«E’ questo l’autobus per St. Louis?»
Ma certo! Faccia presto a prendere posto che mancano due minuti a mezzanotte, stiamo per partire!» rispose seccato il magrissimo conducente che già stava allacciando la cintura di sicurezza.
Ted percorse velocemente il corridoio del bus dirigendosi verso la sedia 23A, come scritto sul biglietto comprato poco prima. Il bus era pieno e il suo posto spiccava perché era uno dei pochi rimasti liberi: posizionato dalla parte del finestrino e proprio al centro della vettura.
«Mi scusi, mi permette di sedere?»
Il corpulento uomo che sedeva al posto 23B si alzò, sorridendo cordialmente.
«Va a St. Louis? Io, invece, proseguo per Chicago» chiese una volta che Ted aveva preso posto.
«Già, torno a casa per le feste!»
«Allora è stato fortunato a trovare questo biglietto! Non so se ha visto, ma tutti i voli erano pieni.»
«Lo so, ma la società per cui lavoro sino a ieri non aveva ancora accettato la mia domanda di ferie e non ho potuto prenotare in tempo nessun volo.»
«Anche io lavoro per una multinazionale, gli ho dedicato la mia vita, ma loro chiedono sempre di più, se potessero si prenderebbero pure l’anima! Quest’anno però torno anche io dalla mia famiglia per Natale!»
«Anche la società per cui lavoro io mi ha fatto fare cose orribili, ma il lavoro è il lavoro!»
«Lo vede questo? - esclamò poi l’uomo robusto estraendo un piccolo pacco infiocchettato - È per la piccola Kate, la mia nipotina!»
«Ottimo!» si limitò a rispondere Ted, che evitò di commentare il fatto che quel pacchetto era tutto ammaccato e coperto di polvere e grasso.
«Anche io avrei voluto comprare qualcosa per i miei figli - riprese dopo un po’ -, ma proprio stamattina mi hanno rapinato. Per fortuna mi sono ritrovato qualche banconota in tasca e un volantino di questa compagnia di bus!»
«Si parte!» gridò l’autista che poi spense le luci, accese l’autoradio e partì. La luce accecante della stazione dei bus lasciò posto a quella soffusa dell’illuminazione cittadina e, poi, al buio dell’autostrada. Ted pensò di appisolarsi, ma la musica dell’autoradio lo disturbava.
«Mi scusi, autista - gridò ad un certo punto - potrebbe abbassare un po’ il volume dell’autoradio!”
«Mi aiuta a tenermi sveglio» gridò a sua volta l’autista per farsi sentire.
«Ma prima gli Iron Maiden, adesso i Black Sabbath, almeno metta della musica più adatta, tra qualche giorno è Natale!»
«Io non vengo a dirle come fare il suo lavoro - rispose l’autista - inoltre quando guido amo ascoltare Heavy Metal, mi piacciono le canzoni che trattano della mia quotidianità!»
«Ma noi vorremmo dormire un po’!»
«D’accordo!» poi borbottò qualcosa e abbassò il volume della radio che in quel momento trasmetteva gli AC/DC. Ted chiuse gli occhi nel tentativo di appisolarsi, nonostante il suono elettrico di Highway to Hell che continuava ad uscire dalle casse.
Il suo tentativo durò pero poco, un certo tipo di angoscia sembrava togliergli il fiato e poco dopo anche una fastidiosa puzza di cadavere lo distolsero dal dormire.
Anche l’uomo corpulento sedutogli accanto non dormiva.
«Sente anche lei questo odore?» gli chiese immediatamente Ted.
«Certo che la sento! Stavo proprio cercando di capire cosa fosse, forse c’è qualche ratto morto sotto le nostre sedie»
«Aspetti che controllo!» riprese Ted, e accese la piccola lampada da lettura posta sopra le loro poltrone. Poi iniziò a chinarsi, ma mentre si abbassava vide che il maglione del suo vicino era strappato in più parti e mischiava all’originario rosso natalizio con cui era stata colorata la lana il rosso scuro, quasi marrone, del sangue coagulato.
«Ma sta bene? - chiese immediatamente Ted - Sta sanguinando!»
L’uomo si guardò e nel suo già pallido viso si dipinse una espressione di terrore, poi ancora sconvolto, con un filo di voce si rivolse a Ted.
«Si guardi anche lei, ha un buco nella camicia proprio in pieno petto!»
Ted si guardò e vide la sua bianca camicia colata di sangue. Subito la tolse e notò in pieno petto un foro. Controllò la gravità della situazione infilando un dito al suo interno; sentì la carne e le ossa, poi lentamente lo spinse sempre più dentro sino a riuscire ad inserirlo del tutto. Come un onda anche le luci di lettura degli altri viaggiatori si accesero e tutti iniziarono ad urlare.
«Ci porti all’ospedale! - gridò qualcuno all’autista - Stiamo male!»
«Tranquilli che non state male» rispose questo attraverso il microfono
Qualcuno tentò di alzarsi.
«Tutti Seduti! - gridò con voce sovraumana il conducente - Credete di stare male? Avete dolore? Controllate i vostri battiti e calmate la respirazione, poi ditemi come va!»
«Non respiro!» urlò qualcuno, «Il mio cuore non batte!» esclamò qualcun altro.
«Forse adesso iniziate a capire! Ormai l’ospedale non vi serve più! Se state calmi e in silenzio vi spiego!»
Subito tutti tacquero.
«Adoro le feste - riprese il conducente - siete tutti indaffarati a finire i vostri lavori per tempo e venite drogati dalle luci e dai dolci che neanche vi accorgete di essere morti. Di solito devo darvi la caccia, e non mi volete seguire neanche dopo che le proiezioni dei vostri corpi iniziano a marcire come i vostri cadaveri sottoterra, ma sotto le feste basta inventare un viaggio a basso costo, o un invito per una cena con cabaret o per la prima di un film al cinema e ci cascate subito. Se guardate fuori vedrete che siamo quasi arrivati!»
Il deserto era illuminato dal rosso delle fiamme che si sprigionavano dalle crepe del terreno e, sempre più fitti, si vedevano ai bordi di quella strada rettilinea alberi secchi coi rami che sembravano fatti d’ossa sembravano chiudersi sulla strada.
«Ma io avevo promesso di essere a casa per le feste!» riuscì a dire Ted nonostante fosse bloccato dal terrore.
«Tranquillo amico mio - rispose l’autista - secondo me ce la farai!»
Il funerale di Ted si svolse proprio la vigilia di Natale.
«Avete visto bambini? - disse la moglie ai figli mentre calavano la bara nella fossa - vostro padre ha mantenuto la promessa, è riuscito a essere a casa per le feste!»

A Natale si pranza con la famiglia - Carlo Bovolo

L'auto, vista dalla vetrata panoramica della villa abbarbicata sulla collina, appariva piccola come un modellino per bambini. Sotto la copiosa nevicata, procedeva lenta, quasi affannosa sugli stretti tornanti che conducevano alla tenuta del Poggio. Hal Krantzer stava attendendo l'unica famiglia che aveva: suo fratello Rob, con la moglie Monnie e i due figli, Thomas e Melanie. La bambina era una capricciosa viziata, se non ricordava male, ma il ragazzo non era così male.
L'invito che aveva spedito un mese prima doveva aver sorpreso suo fratello: dopo la morte della madre e un brutto litigio non si erano più visti, Rob bloccato nella sua esistenza mediocre, Hal prima sempre in viaggi di affari, poi misteriosamente eremita nell'isolata villa del Poggio. Certo, il suo invito era stato letto come una mano tesa, per riappacificarsi. E quale migliore occasione se non il Natale?
Meticoloso, Hal aveva predisposto tutto, dalle decorazioni scintillanti alla tavola imbandita. Non gli restava che attendere i suoi ospiti.
Quando l'auto si fermò nel cortile coperto di neve, Hal era già sulla porta, pronto a ricevere i familiari. Si comportò da perfetto fratello, cognato e zio: abbracciò Rob, baciò su entrambe le guance la cognata, fu caloroso con i nipoti. Dopo di che li fece entrare nell'imponente villa vittoriana. Nel salone d'ingresso, Violet, la cameriera e in passato sua amante, fino a che i piaceri carnali non lo ebbero stufato, accolse i nuovi arrivati con un sorriso teso e incerto. Hal le lanciò uno sguardo feroce, del quale solo la governante si accorse. Violet, presi in consegna i cappotti, si ritirò, asciugandosi fugacemente una lacrima. Hal valutò che se non si fosse data un po' di contegno avrebbe guastato il Natale. Quella sera avrebbe dovuto punirla.
Una volta seduti a tavola, Violet incominciò a servire le molte portate, pietanze calde e abbondanti, tipicamente natalizie. Il buon cibo rilassò un po' la tensione tra i due fratelli. Le conversazioni si spostarono da frasi di circostanza sul tempo, sulla neve, sulla crisi economica, a ricordare i bei tempi di gioventù, a ristabilire un'antica solidarietà. Tra i due fratelli, uno scorbutico e misantropo, l'altro semplice e bonario, il ghiaccio si stava lentamente sciogliendo. Anche Hal si stava divertendo e era felicemente colpito dall'intelligenza del nipote.
«Sai,» disse Rob mentre veniva servito il digestivo «all'inizio ero un po' preoccupato dal tuo invito. Voglio dire, erano anni che non ci sentivamo, dopo che la mamma se ne è andata. Però sono contento di avere accettato. È uno dei più bei pranzi di Natale da diversi anni» concluse sorridente, cercando l'approvazione della moglie e di Hal.
«Sicuro. Sarà davvero un bel Natale» disse Hal, prima di scolare il suo rum.
«Mamma, papà, zio Hal, voglio vedere la casa, voglio vedere tutte le stanze» strillò la bambina.
«Melanie, non so se...» stava dicendo la madre, ma Hal la interruppe: «Ma certo, era proprio mia intenzione farvi visitare il Poggio. Prego, seguitemi.»
Hal si accorse che Violet si era dileguata. Tanto meglio, pensò, così non avrebbe messo i bastoni tra le ruote. Li portò innanzitutto nelle camere del secondo piano, poi nella ricca biblioteca, perfino nel suo studio, spoglio, a eccezione di una sobria scrivania, su cui erano sparsi centinaia di fogli.
«E ora le cantine» annunciò Hal, scendendo le ripide scale, illuminate fiocamente.
Al fondo degli scalini, dopo un paio di metri, si ergeva una cancellata metallica. Alcune sbarre erano rose dalla ruggine, altre erano deformate, come se fossero state piegate da una forza sovrumana. Estratta dalla tasca una vecchia chiave, Hal aprì il cancello, poi da perfetto gentiluomo, fece gesto alla famiglia di procedere prima di lui.
Quando anche Rob ebbe attraversato la cancellata, con un gesto improvviso, Hal sbatté con forza il cancello, serrando il chiavistello.
«Hal, che stai facendo? Non è divertente...» disse Rob, ma si interruppe quando guardò in viso il fratello. Un ghigno terrificante gli era comparso in volto, un lungo filo di bava gli colava sul mento.
Come un invasato Hal gridò: «Ecco, sono qui, te li ho portati. Quattro, due adulti e due teneri bambini. Buon Natale, padrone!»
Soddisfatto di aver portato a termine la sua missione, prese a risalire le scale.
Rob continuava a scuotere le inferriate, urlando al fratello di tornare in sé. La bambina piangeva, abbracciata alla madre. Il ragazzo, Tom, fu il primo a accorgersi che dall'oscurità alle loro spalle qualcosa stava avanzando.
Arrivato in cime, Hal udì le grida disperate. Si fermò a ascoltare per una decina di minuti, le urla, i pianti, i rantoli di morte, la carne lacerata, le ossa frantumate, il rumore del padrone intento a cibarsi.
Hal sperò che il padrone fosse riconoscente per quel regalo natalizio, una volta terminato il pasto.
Hal sperò che il padrone fosse così riconoscente per quel regalo succulento, da lasciarli almeno un piccolo pezzo di tenera carne umana. Magari dell'odiosa bambina. D'altronde, il miglior Natale è quello in cui si pranza con la famiglia.

L'Albero di Natale - Giulio Uggè

- Amore, cascasse il mondo ma quest'anno l'albero di Natale lo voglio fare io.
Così mi dicesti. Una delle tante promesse da marinaio accompagnate da quel sorriso dolce da ragazzino che ha sciolto i cuori di mille ragazze. Mai nessuna ha saputo dirti di no. Nemmeno io. Ogni scappatella veniva dimenticata, ogni mancanza svanita in quelle tue labbra socchiuse, in quei denti perfetti che ti facevano tanto "Beverly Hills" (te lo ricordi ? così ti chiamavano i tuoi amici quando ci hanno presentati).
Ma questa no. Non me la dovevi fare. Un conto sono le notti spese con qualche sgualdrina di cui al mattino non ricordi altro che la misura di reggiseno, a quello ci sono abituata da tempo. 
Ben altra cosa è darmi il benservito. E con la mia migliore amica, tanto per avere una botta di originalità!
Bel regalo di Natale del cazzo. Tanto valeva farmi avere uno stronzo di cane con un fiocchetto rosso.
Hai avuto anche la faccia tosta di presentarti qui a prendere le tue cose. Nessun accenno di rimorso, di dignità. Testa bassa, neanche a parlarne. Sei arrivato quasi allegro, tanto ci avrebbe pensato il tuo sorriso a farmi bagnare e dimenticare tutto, vero ? Quattro parole di circostanza, tante banalità e arrivederci e grazie. Magari avresti voluto anche che ti facessi un caffè. 
E ce l'avevi quasi fatta. Ma non avresti dovuto dirmi dell'albero di Natale. Hai sempre saputo che per me era più di una tradizione, era quasi un rito sacro. Che eccezionalmente, quest'anno spettava solo a te. Invece hai ridacchiato su come ti sarebbe dispiaciuto non poterci mettere il tuo tocco personale, addobbarlo secondo il tuo stile metropolitan-chic (che mi sono sempre chiesta che cazzo volesse dire. Ma come parlavi ?). E' per quello che sulla tua nuca si è schiantata la statuetta di alabastro che mi avevi regalato qualche anno fa, nel caso te lo stessi chiedendo.
Ora sei qui, steso a rantolare sul mio parquet che si sta velocemente colorando del tuo sangue...allora C'ERA qualcosa, dentro la tua testa...però del cervello ancora nessuna traccia. Come prevedevo. Che fare di te ? Ormai il danno è fatto e il minimo che tu possa fare per me adesso è mantenere la tua promessa. Aspettami lì, non ti muovere, che vado a prendere qualche attrezzo in cucina. Mi è venuta un' idea troppo stronza. Ma anche divertente. Per me, naturalmente.
Di cosa ha bisogno un albero di Natale che si rispetti ? Di palle luccicanti, tanti festoni colorati e di un bel puntale in cima. E certo, anche di un tocco personale. Ed è qui che entri in gioco tu, mio dolce tesoro.
Sono felice che tu sia ancora vivo, almeno quel tanto che basta perché tu possa vedere quello che ti sto facendo balenare davanti. Ho in mano un lungo coltello da cucina e un cucchiaio. Forse ti chiedi a cosa serva quest'ultimo ma sicuramente hai già capito che la lama avrà un ruolo fondamentale nel tuo prossimo futuro. Giurerei che le lacrime che escono dai tuoi occhi non siano una reazione alla botta presa ma un distillato purissimo di paura e rassegnazione. Non è vero?
Comunque, per tornare al cucchiaio, avevo detto che mi servivano delle palle luccicose e sbrilluccicanti e i tuoi occhioni azzurri che tanto hanno fatto innamorare le fanciulle saranno perfetti. Peccato tu ne abbia solo due ma mi dovrò accontentare. Avrei potuto usare il coltello ma ho paura di rovinare qualcosa, mentre il cucchiaio è ricurvo e dovrei scavare via le cornee dalle orbite molto facilmente. Devo averlo visto fare anche in un film.
Guardati lì, ti stai pisciando addosso. Vabbè che il parquet ormai è da bruciare, ma non te ne approfittare. Non hai ancora sentito il meglio. Il mio metallico amico da 30 cm tra poco andrà a trovare il tuo amichetto che tieni tra le gambe e che ora come ora non è molto duro, ma in quanto a lunghezza si difende ancora bene. Chissà se riuscirò a tenerlo dritto anche sulla punta dell'albero. L'hai capita la battuta ? Non ridi ? Lo ammetto, non è da me fare battute di grana grossa ma cerca di venirmi incontro, la situazione è quella che è.
Cosa manca ? Ah si, i festoni. Qui la cosa si fa più bagnata e schifosa, almeno per me che poi dovrò ripulire tutto il macello...comunque, dicono che l'intestino di un uomo arrivi fino a diversi metri di lunghezza. Sei curioso di scoprire se è vero ? Io sì. Giusto per curiosità intellettuale. Ti ricordi che ero iscritta a medicina, vero ? Poi ho mollato ma mi sono sempre chiesta se sarei stata un buon chirurgo.
Come dici ? L'anestesia ? No, no...sai quante volte qualcosa va storto in sala operatoria per colpa dell'anestesia sbagliata ? Mica voglio farti correre rischi. E poi al massimo potrei darti solo un'altra botta in testa. Il whisky che tenevo me lo sono scolata io mentre ti aspettavo incazzata nera.
Ora basta cazzeggiare però. E' ora di mettersi al lavoro. E non fare quella faccia...in fondo dovresti essere felice. Almeno oggi hai mantenuto una promessa fatta ad una donna.
Quest'anno, l'albero di Natale lo farai tu.

Babbo Natale Rosso Sangue - Elio Errichiello

Ricordo che fuori nevicava,faceva freddo, il giardino si era trasformato in una distesa di panna. Ero sdraiato con mia madre sul letto,non avevo più di dieci o undici anni,ed era la vigilia di Natale di un anno che ho deciso di dimenticare.

- Mamma quando arriva Babbo Natale? –
- Questa notte amore – disse mia mamma mettendomi le mani nei capelli.
- Credi che mi porterà quello che ho chiesto? –
- Solo se sei stato buono – ricordo che il sorriso di mia madre era meraviglioso.
- E posso vederlo? –
- No… – fece mia madre con voce buffa – Babbo Natale vuole che i bimbi stiano a letto mentre lui porta i regali … -

Andai a letto eccitato, la mattina dopo mi aspettava il Natale. Quando si è su di giri il sonno sembra non arrivare mai, e così passai molto tempo ad aggrovigliarmi tra le coperte, prima di cadere in un confuso dormiveglia. Mi risvegliai nel cuore della notte, un rumore aveva turbato il mio sonno già leggero. Veniva dal salotto. Senza pensarci due volte mi infilai le ciabatte e mi alzai.
Procedevo in silenzio, sollevando un piede per volta, controllando il respiro. Sentivo altri rumori venire dal salotto. Ora ero sicuro: Babbo Natale era venuto a portare il mio regalo. Arrivai alla soglia della porta, ma non osai andare oltre. Mamma mi aveva detto che Babbo Natale si sarebbe arrabbiato se mi avesse visto sveglio, non volevo perdere il mio regalo. Dal salotto arrivava il chiarore delle luci dell’albero, e uno strano rumore, come se Babbo Natale stesse masticando. Pensai che avesse trovato latte e biscotti, allora mi decisi a fare capolino con la testa oltre la porta. Non ho mai dimenticato quello che vidi.
Babbo Natale era di spalle, vestito di rosso, una figura mastodontica, le spalle massicce da toro. Stava chinato in avanti, proprio di fronte all’albero, così non potevo vederlo in faccia. Ora ero sicuro che stava mangiando, il silenzio in casa era totale, potevo sentire i suoi denti sgranocchiare.
Lanciai un occhiata al tavolino accanto all’albero, e rimasi sorpreso, perché latte e biscotti sembravano intatti. In quel momento Babbo Natale prese il bicchiere del latte e se lo portò alle labbra. Quando lo posò il latte era diventato scarlatto. Fui turbato, allora guardai ai suoi piedi, e il fiato mi mancò. C’erano i miei genitori lì a terra, stesi, squartati. Babbo Natale affondò una mano nel petto di mio padre, tirò fuori qualcosa di viscido, sanguinolento, e se lo ficcò in bocca. Non potevo vederlo in faccia ma lo sentivo succhiare, maciullare la carne coi denti. Ero troppo spaventato anche per gridare, ero precipitato in un tale stato che senza rendermene conto ero sulla soglia della porta, perfettamente in vista davanti a quel mostro.
Mia madre mi vide, e quello fu l’attimo più orrendo, quando mi accorsi che non era ancora morta. Il viso era ricoperto di sangue, la bocca storta, mi fissò disperata e provò a sollevare un braccio mozzato verso di me. Babbo Natale abbassò gli occhi e vide quel gesto, si girò verso di me come un animale rabbioso. Una maschera di orrore mi fissava, ricoperta da quel ridicolo cappuccio, un volto irriconoscibile coperto di sangue. Non saprei dire se fosse uomo o meno, non avevo mai visto nulla del genere, e lo vidi solo per un istante, poiché subito mi girai e partii di corsa come un razzo.
Mi fiondai fuori di casa, i piedi gelati affondarono nella neve mentre correvo di fronte, a casa della signora T. Sentivo la figura pesante ansimare nella neve per starmi dietro. Bussai e urlai con tutte le mie forze, sapevo che la signora T. non dormiva neanche a quell’ora, ma il tempo che ci mise ad aprirmi parve un’eternità.

- Che succede giovanotto?- chiese stupita la vecchia comparendo in vestaglia, con una tazza di caffè in mano.
- Signora presto, aiuto … - non sono sicuro di cosa dissi in quel momento, so solo che mi chiusi la porta alle spalle e iniziai a vomitare.
- E’ ancora presto. Che fai qui? Dove sono i tuoi genitori? – mentre parlava,sentii picchiare contro la porta di casa.

Ero ammutolito,non feci in tempo a fermarla. La signora T. era agitata,quando aprì la porta si mise a urlare come fosse indemoniata. Io non vidi nulla,mi ero già messo a correre verso le scale. Sentii solo che l’urlo si strozzava in un rantolo,la tazza di caffè si rompeva,e mentre correvo per i gradini,la testa della signora T. rotolò ai piedi delle scale.
Urlai quando il signor T. fece capolino dalla sua stanza. Era un vecchio mezzo cieco e malaticcio,era spaventato e probabilmente non capiva nulla di quello che stava accadendo. Io feci una cosa orribile,e non gli dissi niente. L’unica cosa che pensai fu: meglio lui che io.
Corsi dritto verso il bagno, e mi chiusi dentro. La paura e il gelo mi avevano attanagliato le viscere, provai ad aprire la finestra, ma mi resi subito conto che non potevo saltare da lì. Un attimo dopo sentii grattare contro la porta. Quel mostro stava giocando come il gatto col topo. D’istinto mi nascosi dentro la vasca,dietro la tenda a fiori. Mentre mi sforzavo di non fare un fiato la porta si spalancò con uno schianto. Babbo Natale entrò ringhiando, mosse alcuni passi pesanti verso la finestra, e quando vide che era aperta tirò un pugno dritto nel muro. Pensai che ero praticamente già morto, ed è un miracolo che oggi lo racconti.

- Che succede? Chi è? – il signor T. piagnucolava, doveva essersi trascinato nel corridoio. Babbo Natale si voltò di scatto, e da quella bocca impiastrata di sangue uscì un suono tremendo, che sembrava il lamento di una bestia, ma io capii che era una risata.

Io mi appiattii nella vasca, pochi istanti dopo sentii il signor T. emettere un gemito, e poi il suono sinistro delle ossa che si rompono. Io nemmeno respiravo più,Babbo Natale aveva ripreso a masticare, a succhiare. Passò un tempo che mi parve una vita, ma potrebbe essere stato un minuto, poi sentii i passi pesanti riscendere le scale, e la porta di casa chiudersi. Stava sorgendo il sole, era già Natale. 

Buon Natale Tesoro - Paolo Secondini

La strada, rischiarata dai raggi argentati della luna, risuonava delle note di Jingle Bells, mentre l’uomo, le braccia distese lungo i fianchi, la percorreva a passi lenti, vacillando vistosamente sulle gambe.
Pareva ubriaco.
Dai suoi indumenti emanava un odore acre e pungente, che avrebbe destato in chiunque un senso di disgusto. E tale fu il senso che provò un tizio vestito da babbo natale: si tappò il naso e la bocca al passaggio dell’uomo.
Questi salì sul marciapiede e, compiuti all’incirca dieci passi, svoltò in una viuzza laterale. Vi si inoltrò con molta sicurezza dando l’impressione di conoscerla perfettamente.
Giunto dinanzi alla porta di una casa, bassa e dai muri scrostati, esitò qualche istante prima di suonare il campanello.
Dopo alcuni secondi l’uscio si aprì e comparve una donna robusta, avvolta in una vestaglia consunta, di colore amaranto. Aveva la faccia paonazza, flaccida, interamente cosparsa di lentiggini, i capelli in disordine.
Alla vista dell’uomo, ebbe un sobbalzo. Sbiancò in viso, gli occhi sbarrati dal terrore.
«Ma… ma… come è possibile?» balbettò portandosi al volto le mani tremanti. «Un… fantasma?»
Inghiottì con fatica la propria saliva.
L’uomo rimase in silenzio, immobile, gli occhi inespressivi.
Dopo pochi momenti la donna soggiunse:
«Sei… sei un fantasma?» Scosse il capo e strinse con forza le palpebre. Le riaprì poco dopo, lentamente. «No, no, no!» esclamò. «Che idiota! Ci sono cascata. È uno scherzo… uno stupido scherzo!»
L’uomo piegò la testa di lato atteggiando la bocca a una espressione beffarda.
«È… è uno scherzo?» chiese di nuovo la donna, non molto convinta che lo fosse davvero.
Nemmeno stavolta l’uomo rispose.
All’improvviso, con movimenti misurati, si sbottonò la giacca, poi la camicia. L’aprì sul petto mostrando una carne corrosa e putrefatta, di un colore livido, a tratti verdastro, dalle cui piaghe uscirono a frotte vermi e scarafaggi.
A quella orribile vista solo per poco la donna non svenne. Indietreggiò di istinto con una espressione di ribrezzo, le mani sul petto a stringere convulsamente i lembi della sua logora vestaglia.
«Chi… chi sei?» balbettò debolmente. «Chi diavolo sei… Si può sapere?»
«Credevo che tu l’avessi capito,» rispose l’uomo alla fine con voce profonda, cavernosa. «Non sono un fantasma, ma il tuo caro marito in carne e ossa, sebbene defunto da più di un anno. Devo ammettere onestamente che la morte, trasfigurandomi, ha nociuto al mio aspetto. Sono molto cambiato, è vero, ma ciò non potrà impedirti, se guardi con molta attenzione, di ravvisare in me fattezze assai familiari.» Fece una pausa; aggiunse: «Sono venuto questa sera, ventiquattro dicembre, ad augurarti buon Natale. L’idea mi è parsa carina.»
La donna restò con la bocca semiaperta, quasi senza respiro, mentre un forte tremore invadeva ogni fibra del suo corpo. Alzò lentamente una mano.
«Ma tu… tu… tu sei…»
«Uno zombie, mia cara! Sono un morto vivente o comunque ti piaccia chiamarmi: un non morto; un mezzo vivo; un mezzo vivo e un mezzo morto. Scegli tu. Sei sempre stata precisa, anzi pignola, in certe cose.»
La donna barcollò sulle gambe, tanto da doversi appoggiare con le mani allo stipite della porta.
«Che… che cosa vuoi da me?» domandò, con un filo di voce. «Per quale motivo sei qui?»
«Ma te l’ho detto… Voglio solo augurarti buon Natale,» esclamò ed emise una risata malvagia che fece rizzare i capelli della donna. Poi si calmò e, con asprezza: «Strega maledetta!... Finalmente da morto, o da quello che sono, posso vendicarmi delle tue prepotenze, della tua cattiveria, della vita di inferno che ho vissuto per causa tua. Sei stata il mio grande tormento, la mia ossessione per anni.» Scrollò il capo, ansimò, fremette. «Ancora adesso mi chiedo perché ti ho sposata. Non eri graziosa, né ricca, né di animo mite o gentile… Ma ormai non ha alcuna importanza. Tra un po’ ti avrò nella pancia… Sarà un vero piacere divorarti.»
Rise ancora. Quindi, le mani protese in avanti, fece per avventarsi sulla donna, ma questa, inaspettatamente, si avvinghiò al corpo dell’ex marito.
Con la forza delle braccia lo immobilizzò e, in modo fulmineo, lo morse ferocemente alla gola. Restò per un pezzo a succhiarne il sangue dalla carotide, senza che l’altro potesse liberarsi.
Alla fine lo zombie cadde pesantemente per terra e vi rimase, inerte.
La donna, le labbra e il mento sporchi di un sangue nerastro, emise un urlo raccapricciante, rivelando orribili canini. Quindi, il respiro affannoso, stette a fissare il putrido corpo ai suoi piedi.
«Mio caro,» esclamò scrollando la testa, «molte cose sono cambiate da quando sei morto. Molte cose davvero!… Buon Natale, tesoro!»

Cattive Compagnie - Enrica Aragona

«Dario?»
Dario spinge il carrello pieno di salumi sottovuoto tra i reparti del drugstore. Si volta, ma non risponde. Non è più il momento di avanzare pretese, ha già fatto il suo dovere, e poi sono da poco passate le undici di sera. Tra poco sarà Natale, e lui ha diritto di tornarsene a casa e buttarsi a peso morto sul letto, anche se la rete cigola, anche se quell’impicciona della vicina di casa lo guarda sempre dallo spioncino. Forse dovrebbe andare a lamentarsi dall’amministratore, Dario. Forse lo farà, ma non oggi. Oggi è la Vigilia di Natale. Ora farà la spesa, se ne tornerà a casa e si butterà sul suo vecchio letto, sbocconcellando patatine e sorseggiando birra davanti all’ennesimo passaggio televisivo di Torna a casa Lassie.
«Dario, non fare lo stronzo. Sai che tanto non puoi fare finta di niente. Rispondimi.»
Ma Dario non ha intenzione di rispondere. Con un gesto brusco della mano lo scaccia e si ferma davanti allo scaffale delle birre. Ne prende due, poi altre due. Osserva la sottile striscia di plastica che tiene unite le lattine, gli ricorda gli occhiali che portava da piccolo, quelli enormi con la montatura grigia, quando tutti i suoi compagni lo sfottevano chiamandolo Quattrocchi. Allora decide che no, le lattine non ne vuole. Le rimette sullo scaffale e va verso le bottiglie.
Paolo, il commesso che sta sistemando i superalcolici, lo osserva con circospezione, poi butta uno sguardo a Pamela, la cassiera bionda appena assunta che stasera ha il turno di notte.
Paolo è convinto che Pamela sia troppo carina e troppo esile per fare la cassiera, specialmente la notte. Specialmente la notte di Natale. È da tanto che lui lavora in quel drugstore, e tutte le cassiere che ha visto erano grassocce e pallide. E tutte si lamentavano della luce al neon sopra la cassa, dicevano che evidenziava i foruncoli e le macchie. Pamela no, non si è mai lamentata. Non ancora, almeno, ma forse è solo troppo presto. O forse è solo troppo giovane e troppo carina e del neon non gliene frega proprio niente.
«Dario, mi vuoi dare retta?»
«Ma insomma, che vuoi ancora?» esclama Dario voltandosi di scatto «avevi detto che al ritorno dal parco mi avresti lasciato in pace. Cristo, me l’avevi promesso! Vattene via, via!»
Dario riprende a spingere il carrello e si dirige verso la cassa. La sua testa si muove con movimenti rapidi a destra e sinistra, i suoi occhi guizzano tra gli scaffali cercando conforto, cercando qualcuno che lo aiuti ad allontanare quello stronzo. Possibile che in quel cazzo di supermercato non ci sia nessuno che voglia aiutarlo? Okay, è la notte di Natale, sono tutti a casa a giocare a tombola e a mangiare il pesce fritto, ma cazzo, c’è un commesso, c’è anche una cassiera... perché nessuno lo aiuta?
Il suo monolocale. Il suo letto. La vicina pettegola. Il suo Natale con Lassie. Ecco quello che vuole, Dario. Non quello stronzo che lo segue e non gli dà tregua.
«La cassiera, Dario. Guardala: è perfetta.»
«Lasciami in pace o mi metto a urlare. Lo vedi quel commesso? Se non mi lasci in pace gli dico di chiamare la vigilanza.»
«Smettila, non lo faresti mai. Ma non ti piace quella cassiera?»
«No.»
«A me invece sì. Devi farlo, Dario. Ti giuro che poi me ne andrò e non mi rivedrai mai più. Poi potrai dormire tutto il tempo che vuoi».
«Non ti credo, me l’hai già detto tante volte. Non lo farò.»
Dario inizia a sistemare i suoi acquisti sul nastro della cassa. Nonostante il freddo sta sudando: le mani tremano, la vista si appanna, il fiato si fa corto.
«Stanno per chiudere, tra poco uscirà dal retro, non ti vedrà nessuno».
«Zitto, basta» mormora Dario, per non farsi sentire.
«L’ultima, Dario. Poi me ne andrò.»
Dario si gira di scatto, ancora una volta.
«Lasciami in pace, Cristo!» urla.
Paolo il commesso e Pamela la cassiera si guardano. Forse stanno pensando che sia il caso di chiamare la vigilanza, o meglio ancora, la polizia, ma non lo fanno. Perché Dario paga ed esce, e di persone un po’ strane in quel drugstore se ne vedono tante. In fondo la notte gira sempre gente strana. La notte di Natale, poi, ancora di più. La gente normale la spesa a quell’ora l’ha fatta da un pezzo. La gente normale a quell’ora è a casa, con le gambe sotto una tavola imbandita. No, non vale la pena chiamare la polizia per una cosa simile, meglio non disturbare nessuno. In fondo anche i poliziotti hanno diritto al Natale; meglio lasciarli tranquilli con le loro famiglie, a spizzicare torrone e a giocare a sette e mezzo.
Ma mezzora dopo Pamela è in un vicolo, dietro al drugstore, con la gola tagliata. E Paolo è sopra di lei, che piange. Che bestemmia. Doveva chiamarla, la polizia. Sì, avrebbe proprio dovuto.
Dario ora è in questura, l’ispettore Mori lo osserva dai monitor, mentre sbuffa pensando alla partita di sette e mezzo lasciata a metà. Stava anche vincendo. Che mestiere di merda che si è scelto, l’ispettore Mori. Niente Natale, niente domeniche, niente di niente.
Dario gesticola, si alza, parla, urla, si volta, suda, si guarda alle spalle. Proprio come ha fatto poco prima nel drugstore: a Mori gliel’ha appena detto Paolo.
Sembrava impaurito, terrorizzato da qualcosa che vedeva solo lui. Gesticolava come un ossesso, si voltava in continuazione, parlava da solo, urlava anche.
«Ispettore» gli chiede l’agente Carletti «com’è andata?»
«Come vuoi che sia andata, Carletti? Continua a dire che è stato costretto a uccidere da quel tipo che lo segue sempre» risponde Mori «non ci eravamo sbagliati: il serial killer che cercavamo è lui. Brutta cosa la schizofrenia, Carletti. Portalo via, va’.»

Christmas Present - Sergio Duma

Amo il Natale con la famiglia riunita a tavola e l’atmosfera di calore e affetto. Come potrebbe essere diversamente? Non ho mai capito i nuclei famigliari divisi da contrasti e rancori. Non rientrano nei miei orizzonti. Prendi mamma, per esempio. Ci mette al primo posto. Farebbe qualunque cosa per noi. Qualsiasi sacrificio. Oppure mio padre. Lavora tutto il giorno con un solo scopo nella vita: sostenerci. Io cerco di fare del mio meglio e mi sforzo di comportarmi bene. E vale pure per mia sorella Sissi, anche se sta passando un periodo strano per colpa di un ragazzo. Siamo una famiglia sana. Perciò a Natale possiamo goderci il cenone con la coscienza a posto. Il Natale mi piace anche per i regali. Non so ancora quale sarà il mio ma la mamma stamattina mi ha fatto qualche accenno con un sorriso complice e se ho capito l’allusione allora… allora sarà un Natale eccezionale.
Vuoi ancora un po’ di carne, caro?” chiede a papà.
Come no” risponde lui. “I miei complimenti, tesoro. Ti sei davvero superata.”
E’ da stamattina che sto davanti ai fornelli. E sono soddisfatta. Dobbiamo ringraziare il Signore. Abbiamo una famiglia perfetta. Una bella casa. E cibo in abbondanza. Comunque devo avere esagerato con il rosmarino.”
Per me è buono” dico io, giusto per farle piacere perché effettivamente ha esagerato.
Sì, siamo una famiglia come si deve” dice Sissi. “Mica come quella dei Raimondi.”
I Raimondi sono i nostri vicini di casa. Definirli antipatici è un eufemismo. Il vecchio si comporta male con tutti, è scorbutico e ci ha dato un sacco di fastidi. Lo stesso dicasi per la moglie. Per non parlare della figlia. Marina. Davvero carina: una sedicenne bionda con un corpo da infarto che mi fa impazzire. Mamma e papà sanno che mi piace ma non hanno detto nulla. Ho quattordici anni. È normale che mi interessino le ragazze e il sesso. I miei hanno una mentalità aperta.
Non malignare, Sissi” dice papà. “E’ Natale. Dobbiamo essere migliori di certa gente. E poi i Raimondi hanno avuto il fatto loro.”
Questo è certo” dice Sissi, gustando la carne.
Ed è allora che mamma mi mette nel piatto la mano del vecchio Raimondi. Un arto grinzoso, condito con olio, sale, pepe e rosmarino, appunto. Lo assaggio e devo ammettere che mamma è una cuoca sopraffina. E papà ha ragione: i Raimondi hanno avuto il fatto loro. Dopo aver tolto di mezzo i due coniugi, ci ha impartito una lezioncina, a me e a Sissi, sulla giustizia, sul fatto che si semina ciò che si raccoglie eccetera eccetera. I miei sono religiosi. E ora possiamo vivere con animo sereno perché nessuno verrà a punirci. Non ci siamo comportati male con il prossimo.
Mamma, dici sempre che bisogna pensare a quelli meno fortunati di noi” dico. “C’è Miska, la colf albanese che abita in fondo alla strada. Quella che ha perso il marito e ha due figli piccoli. Forse potremmo farle una gentilezza.”
Hai ragione” approva mamma, smettendo di mangiare una porzione del braccio sinistro della Raimondi. “Più tardi le porterai il cervello del vecchio. L’ho cucinato con il brodo di pollo. Sono sicura che l’apprezzerà. E io apprezzo te, figlio mio. Il tuo cuore è al posto giusto.”
Sacrosanto” afferma papà, masticando il fegato del signor Raimondi. “Ti meriti il tuo regalino, anche se il cenone non è finito. Ma so che non vedi l’ora di scoprire di che si tratta.”
Sissi, concentrata sul sapore dell’intestino della Raimondi, sembra infastidita e mamma corre subito ai ripari, dicendo: “Non ti stiamo escludendo, amore. Coraggio. Vai in cantina.”
In cantina?”
Non eri arrabbiata con Nico? Il tipo che ti ha mollata perché quella scema di Olga, la tua presunta amica, si è messa in mezzo?”
Io… sì.”
Lo troverai drogato e legato come un tacchino. Ti potrai sbizzarrire. Oh, dimenticavo… c’è anche Olga. Non è legata. Non c’è n’è bisogno. E’ talmente imbottita di sonniferi… ti abbiamo preparato un set di armi da taglio. Non dimenticarti di pulire dopo. Non posso fare tutto io. Devo già pensare al sangue in cucina. E lasciaci qualche pezzo di carne, non si sa mai. Magari mi viene l’idea per qualche manicaretto sfizioso. Buon Natale, Sissi!”
E Sissi, entusiasta, si alza da tavola, abbraccia prima mamma e poi papà e si fionda in cantina. Mio padre, in particolare, è compiaciuto. Poi mi guarda e dice: “Vai in camera tua, giovanotto.”
E Buon Natale!” aggiunge mamma.
E sono così eccitato che nemmeno rispondo e mentre mi dirigo nella mia stanza me ne dispiace. Ma avrò la possibilità di rimediare perché appartengo a una famiglia perfetta. Una famiglia sana. Una famiglia i cui membri si amano e si sostengono a vicenda. Il Natale è fatto per quelli come noi. E perciò entro in camera e… e la vedo.
Marina. Completamente nuda. Splendida. Meravigliosa. Legata e imbavagliata, adagiata sul letto come una bambola gonfiabile. Si agita, si lamenta e mugola ma non mi intenerisce. Ha il potere di arraparmi come non mai. Sul comodino vedo un biglietto. Lo prendo e leggo: ‘Questo è il tuo regalo. Te lo meriti, considerando che hai preso otto in matematica. Sei il figlio migliore del mondo. Sotto il letto troverai una scatola piena di vibratori, strumenti di tortura e ammennicoli vari. C’è pure un profilattico. Usalo. Ci fidiamo di te. Non c’è niente di male nel sesso ma devi stare attento alle malattie. Specie con le puttanelle maleducate stile Marina in circolazione. Dopo lo stupro, se troverai faticoso farla a pezzi chiamaci pure e ti daremo una mano. E metti in ordine la stanza, per piacere. Buon Natale. Mamma e papà.’.
Sì, sarà un Natale da ricordare. Non avrei potuto ricevere regalo più esaltante. E Marina continua a piangere e ad agitarsi e io, lentamente, con la tranquillità nata dal fatto di essere un bravo ragazzo, mi tolgo i jeans e mi accingo a godermi il regalo.

Creepy Christmas - Mattia Vercellato

Non tutti stanno a casa con le proprie famiglie nel periodo natalizio: ristoratori, medici, forze dell’ordine non riposano. Nemmeno le prostitute.
È il 21 dicembre e sono a lavoro, come al solito. Questa volta il mio capo mi ha assegnato la zona di Brickell Avenue. Una brutta zona, a sentire dalla gente perbene. Strano però. Non passa nessuno. Nessun automobile, nessun anima viva: tutto è morto. Eppure questa è un’avenue molto trafficata. No, non può non passare nessuno, non voglio stare sola. Non posso rincasare senza incasso. Non voglio essere punita dal principale. Non voglio creargli problemi. Ho bisogno di soldi, devo studiare. Voglio un futuro, una famiglia. Non voglio più non esistere.
Già, perché quelle come noi non esistono. Siamo solo parte dell’arredo urbano, nulla più. Per gli uomini siamo una tentazione, una sfida. Come credo lo sia un semaforo giallo. Le donne sono più spietate, ci considerano pari a un cestino della spazzatura. Anzi, pari agli stessi rifiuti. Lo capisco da come ci guardano: avverto l’odio nel loro sguardo. Vedo come stringono a sé i loro uomini. E, mentre lo fanno pensano put…
inaspettatamente sento uno scampanellio, lontano. Forse arriva qualcuno, spero sia interessato a me! Sorrido all’idea di avere un Babbo Natale come cliente. Lo cerco con lo sguardo ma non riesco a vedere nessuno. La speranza si è già spenta, la campanella non risuona più. Resta muta.
Comincio a passeggiare lungo il marciapiede. Intanto il freddo si fa pungente, la notte sempre più nera. Le luci dei lampioni paiono salire verso il cielo. Sempre più distanti. Paiono stelle lontane, incapaci di illuminare.
Odo di nuovo lo scampanio, più vicino.
Chiunque sia si sta avvicinando. Continuo però a non capire da che parte arrivi, nel buio scorgo solo fiocchi di neve. Fiocchi che cadono al suolo.
Sto male.
Anche io crollo. Verso il buio. Un buio palpabile, deprimente, che occlude la vista, l’udito, Il cuore! E la speranza.
Si, è giusto che sia così. Giusto che quelle come me cadano. Hanno tutti ragione a dire che sono una puttana, che sono un’ipocrita a mascherarmi da ragazza oppressa. Avrei potuto cercare un altro lavoro. Sono solo una delle tante mele marce che fanno marcire l’albero, la gente vuole il mio crollo! Devo cadere in fretta per non causare troppi danni alla società. Sì, almeno in qualcosa sarò utile. Mi schianterò al suolo, esploderò. Come una mela marcia, spargendo ovunque le mie frattaglie.
Improvvisamente risuona vigorosamente lo scampanio.
Ciò mi fa tornare alla realtà. Come un elettroshock che risveglia dal coma. A che pensavo?! Ragionavo come chi ci odia. Facevo fantasie macabre! Cosa mi succede? È per questo buio che mi entra dentro? Ho paura. Sento la neve crepitare, sento dei passi, è vicino. Lo cerco a tentoni nel buio non trovandolo:sento solo molto freddo. Un freddo innaturale, di quelli che entrano nelle ossa. Un freddo che brucia e corrode dall’interno. Piangendo, tento il tutto per tutto.
C-c’è qualcuno? N-non vuoi farmi del male v-vero?! ”
No.”
Corro via, questa volta era vicinissimo: quel no era un sussurro all’orecchio. Durante la fuga una flebile luce rossa-blu illumina debolmente i miei passi. Che succede? Ruoto la testa ma non vedo nulla. Eppure sento la sua presenza. Non guardando dove corro, scivolo su una lastra di ghiaccio. Cado di nuovo, realmente stavolta. Tento di rialzarmi. Scivolo. Nella caduta si è rotto un tacco. Disperata gattono verso il bordo della lastra, mi rialzo e riprendo a fuggire.
Il suono diabolico ritorna, più assillante di prima.
Si sta riavvicinando, confuso col buio. È come se fosse il buio stesso. Non mi volto più a cercarlo: non voglio concretizzarlo, gli darei solo un’arma: cadrei nel panico e non sarei più in grado di fuggire. È già difficile così col tacco rotto! L’unica cosa ad aumentare nella fuga, è il mio rantolare il respiro pare ormai un latrato! No, così non ce la posso fare. Mi fermo.
Caro lettore, se stai pensando che mi sia arresa ti sbagli.
Sfilo lo stivale sinistro. Poi, ruotando su me stessa, lo scaglio alla cieca. Riprendo a correre, udendo imprecazioni. La fuga è più rapida. Svolto a sinistra in una via illuminata, costellata da automobili parcheggiate. Tutte completamente ghiacciate, come i muri degli edifici. Non può essere un freddo normale. Continuando la mia corsa disperata,devio a destra e di nuovo a sinistra. Dovrei averlo distanziato. Mi nascondo dietro a un’automobile ridotta a un blocco di ghiaccio. Frugo nella borsetta cercando il cellulare, devo chiamare qualcuno che possa soccorrermi. Tocco qualcosa di piccolo ed estremamente freddo, lo estraggo.
Ma che…”
Il cellulare è un blocco di ghiaccio. I tasti inutilizzabili, lo schermo incrinato. È un apparecchio completamente inutile, morto. Morto assiderato. “Diavolo, ho già perso troppo tempo!” Esco dal mio nascondiglio e riprendo la fuga.
Mi blocco.
Lo scampanio è fortissimo.
Un Babbo Natale si staglia di fronte a me. Il suo corpo emana quel freddo glaciale, e quell’ombra che avvolge tutto. Di nuovo ogni cosa è cancellata, esistiamo solo noi due. Anzi solo lui, io non esistevo già prima. Ma la cosa più spaventosa è il volto. Sembra che si sciolga, sembra un mascherone in cartapesta ancora bagnata.
Sei stata cattiva”.
Nel dire questo, la mascella si deforma orribilmente pendendo verso il basso. Il Babbo si avvicina, mi colpisce con la campanella rovesciandomi in terra. Si china su di me, alzando il braccio e colpendomi di nuovo facendomi svenire. Riesco a sentire uno sparo. Poi scompare anche Babbo Natale.
Rivengo in un’ambulanza. La testa pulsa dal dolore e toccandola sento un bendaggio. Accanto a me siede un’infermiera, che si rivolge a me:“Sei stata fortunata che l’agente Sint Nicholas pattugliasse il quartiere. Sono stati trovati cadaveri di donne in questa zona, tutte violentate. Babbo Natale non può più nuocere, non sei tu la sua ultima vittima”.
Ora però salvatemi anche dalla mia testa, per favore.” Rispondo piangendo.

Damon Gallagher in Killing Santa Clause - Simone Censi

Il piccolo Mike si svegliò per primo quella mattina, tanta era l’emozione per l’avvenimento che dormì pochissimo quella notte. Sollevò le coperte e infilò le ciabatte e poi via come una scheggia fuori dalla sua cameretta.
Una corsa perdifiato ancora in pigiama, al piano di sotto lungo le scale, lo divideva dallo scartare i regali di Natale. Li avrebbe scartati senza aspettare nessuno, troppa era la voglia di vedere realizzati i suoi desideri da bambino.
La lista nella letterina era bella lunga, ci aveva messo parecchio a scriverla e aveva dovuto fare anche ammenda per le marachelle compiute nell’anno che si stava per chiudere e deferenti promesse di una condotta migliore per l’anno che stava per entrare.
Avrebbe fatto qualsiasi cosa ed ora finalmente poteva ammirare i pacchi avvolti dalle carte colorate e dai nastri scintillanti, che erano già schierati sotto l’albero addobbato.
Si avventò subito sulla prima scatola che aveva a portata di mano, la agitò e la portò all’orecchio per indovinarne il contenuto già prima di aprirla. Alzando lo sguardo notò sopra la sua testa, agganciata ad un ramo che sporgeva particolarmente rispetto agli altri, una palla di Natale luminescente.
Era una di quelle sfere a specchio che se cadono a terra si frantumano in un miliardo di piccoli pezzi che si ritrovano in giro per casa per tutto l’anno successivo. Era lì, emanava una luce propria e rimandava l’immagine del bimbo ancora in pigiama insieme ai sui sospirati regali, ma era particolare, aveva come un’ aurea speciale che gli altri addobbi non avevano.
Il piccolo Mike si alzò incuriosito, si avvicinò allo strano oggetto con i suoi grandi occhi increduli da bambino e con l’indice ne sfiorò la superficie riflettente che rimandava la sua immagine. Stranamente il dito del piccolo Mike sembrò come penetrare la superficie di quella sfera, come se la materia non facesse resistenza al suo contatto, mentre dalla sfera era come se l’immagine riflessa era quella di un bambino che tirava il dito di Mike verso il suo interno. Non era il solito Mike quello riflesso, era un bambino che gli assomigliava, ma aveva uno sguardo cattivo, uno sguardo che nemmeno la mamma avrebbe amato e nemmeno lo sguardo severo del papà avrebbe retto.
La sfera ad un tratto smise di rimandare l’immagine del piccolo Mike, perché non c’era più una immagine da rimandare. Nel silenzio più assoluto della mattina di Natale quando ancora tutti dormono, i pacchi rimanevano l’uno a fianco l’altro sotto l’albero addobbato a festa.
Il piccolo Mike non aprì più i suoi regali, non mandò più lettere a Babbo Natale e soprattutto non lo fece nemmeno per gli anni a venire.
Un dito adunco di una mano aggrinzita che terminava con una unghia giallastra e ricurva, tirò giù la palla luminosa dall’albero e venne riposta in una sacca di pelle legata alla cintola.
Con mantello e cappello rosso, entrambi lisi e sgualciti, ricurvo e un po’ ingobbito, silenzioso e con passo furtivo, si allontanava verso l’uscita portando con se il ricco bottino. Non una esitazione, né un minimo di umana compassione, portava via con sé da quella casa la felicità.
In molti si apprestavano a vivere le meritate e magiche festività natalizie insieme ai propri cari, davanti una tavola riccamente imbandita o intorno ad un caldo focolare con vicino un albero addobbato e tanti regali ai suoi piedi da scartare, ma qualcuno non poteva immaginare che “L’Uomo rosso” sarebbe passato a fare una visita. Io invece lo sapevo. L’Agenzia mi aveva mandato a seguire quella pista, c’erano già state altre segnalazioni, sapevamo che doveva colpire e più o meno sapevamo anche qual’era la zona. Dovevo solamente essere veloce perché con questo genere di esseri, basta un secondo, volgere lo sguardo altrove, lasciare un seconda la presa e questi scherzi della natura scompaiono nel nulla e poi non c’è verso di riacciuffarli.
Babbo Natale non esiste! Sappiatelo! Esiste invece quell’essere alto la metà di un uomo, vestito di rosso con un cappello, capelli grigi e viso rugoso, che Yeats chiamava Fear Dearg, “Uomo rosso”.
Non sempre erano malvagi, ma quello a cui davo la caccia io da un po’ di tempo lo era veramente, solitamente quella specie si divertiva a fare degli scherzi per lo più macabri, ma questo era diverso.
Andava vestito come Santa Clause il periodo di Natale, o in verità il suo vestiario abituale era molto rassomigliante a quello del natalizio beniamino, anche se la stazza era più quella di uno gnomo che confezionava regali.
Con questo stratagemma poteva tranquillamente permettersi in quel particolare periodo dell’anno, di aggirarsi indisturbato per le città senza essere notato e in questo modo poter mietere un gran numero di vittime. E’ incredibile come la gente non faccia caso a quello che incontra per la strada.
Aveva qualcosa di strano, rispetto agli altri della sua specie, era terribilmente malvagio, c’era solamente da capire se era una anomalia o se a sua volta era sotto l’effetto di una influenza cattiva. C’era da capire, ma io non ero stato mandato li per capire e soprattutto ne aveva combinate talmente tante che oramai il capire per lui non valeva più. Mi avevano mandato li per una cosa e una soltanto. Come aprì la porta per uscire dalla casa del piccolo Mike, il finto gnomo si trovò la canna della pistola piantata tra gli occhi e appena sotto quello stupidissimo cappello. Non fece a tempo nemmeno a barattare la propria vita con un pentolone di monete d’oro che gli piantai in testa una palla da 9 millimetri prima che potesse sparire. Da morti incontrano dei seri problemi a dileguarsi. Con un sacco nero per l’immondizia lo impacchettai e lo portai sotto braccio fino alla mia macchina parcheggiata li vicino, stipandolo nel porta bagagli. La famiglia del piccolo Mike non si è mai più riavuta da quella volta che videro il proprio figlio rapito da uno sconosciuto la mattina di Natale.

   
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