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Recensioni - "Il male relativo" di Stefano Caso

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Il male relativo di Stefano Caso”Il male relativo” (GoWare) di Stefano Caso è il romanzo recensito oggi per voi da Letteratura Horror
Il male relativo è un romanzo crudo, cinico. Un cinismo che nasce da una consapevolezza. Un consapevolezza che giunge improvvisa quanto illuminante. La presa di coscienza della relatività tra Bene e Male.
Ma l’opera nata dalla brillante penna di Stefano Caso è soprattutto un romanzo che diverte, e che allo stesso tempo stimola più profonde riflessioni, contenendo in nuce un esistenziale quesito che darebbe filo da torcere al più obiettivo dei filosofi.

Una concezione dell’esistenza che avrebbe corso il rischio di appesantire la lettura, lasciando il lettore impantanato in astruse riflessioni dall’effetto soporifero. Caso adotta invece una tecnica del racconto estremamente coinvolgente. Una scelta non casuale, ma perfettamente in linea con un pensiero diretto alla rivalutazione dei concetti di Bene e Male. Una familiarizzazione e simpatizzazione con un personaggio crudele ed infimo, ma che l’abile costruzione degli intrecci e delle note introspettive aiutano a stemperarne i toni altrimenti insopportabili. Uno slang e una schiettezza che ricordano la surreale comicità della serie Sanantonio firmata Frédéric Dard, con l’adozione di quelle “metafore di non corrispondenza”, della narrazione al tempo presente e del provocatorio ricorso ad un punto di vista anticonvenzionale. Ma ancor di più, il protagonista Tito è un Sanantonio all’ennesima potenza, in cui gli edulcoranti toni stravaganti sono sostituiti da dettagli estremamente realistici, brutali. Un romanzo che rimanda ai mondi cruenti dei romanzi di Mickey Spillane, e che accomuna Tito al Dogeron Kelly di Dog figlio di, più che al detective Mike Hammer, che nonostante la sua durezza si mostra fin troppo intimamente fragile.
In questo caleidoscopio di rimandi non sarebbe difficile accomunare la filosofia sottesa in questo romanzo agli antieroi kubrickiani di Arancia Meccanica e Barry Lyndon; così come non giungerebbe inopportuno citare Tarantino per la similare abilità che dimostra Caso nella costruzione dei personaggi criminali e del loro potere di fascinazione, oltre all’adozione di un linguaggio che amalgama argot e linguaggio erudito, con accidentali perle filosofiche in un contesto brutale, pulp; spingendoci a ritroso fino alla concezione hitchcokiana dell’attrazione dell’uomo al Male perché connaturata nella propria indole. «Il Bene è una tormentata conquista della buona volontà, un sacrificio che pochi sono disposti ad affrontare, un’imposizione che giunge dal mondo esterno. Mentre il Male è intrinseco alla natura umana, all’esistenza di ognuno di noi, alla nostra indole primordiale», ci narra Tito, dall’alto della sua “folgorazione sulla via di Damasco”, della sua improvvisa presa di coscienza di una realtà pur così evidente, ma occultata da quel moralismo benpensante piccolo borghese.
È quindi un romanzo cinico e provocatorio quello di Stefano Caso. Un romanzo che affonda all’essenza dell’animo umano attraverso la riproposizione di un personaggio volutamente disturbante, ma che tutto sommato – abilità dei grandi scrittori – riesce a coinvolgere e a proiettarci nel suo punto di vista, a liberare quel sopito istinto inscindibile dalla nostra natura.
Un racconto dal potere mistico, ma che soprattutto diverte e coinvolge. Una lettura scorrevole, da leggere con un sogghigno sadico stampato sul volto. Oscuri poteri della letteratura.

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