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Recensioni - "Il principe Zaleski" di Matthew Phipps Shiel

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Un tuffo nel passato con Letteratura Horror e le recensioni. Oggi per voi, infatti, vi proponiamo "Il principe Zaleski" di M.P. Shiel.
Abitante saturnino e misantropo di una «tenebrosa dimora» in rovina che isolata si «ergeva in mezzo a un bosco», il principe Zaleski è l’aristocratico e bizzarro indagatore immaginato sul finire del XIX secolo da Matthew Phipps Shiel, scrittore originario della piccola isola caraibica di Montserrat conosciuto per il celebre romanzo The Purple Cloud.

Nato dalle suggestioni offerte dalla figura di Sherlock Holmes, verso cui in qualche modo si pone come “concorrente” e incastonato in una precisa struttura narrativa che omaggia l’arte del dénoument del maestro E.A. Poe, il personaggio di Zaleski risponde all’immaginario del “detective decadente”: solitario e misterioso, esteta raffinato e erudito, dissoluto nei costumi ma lucido e infallibile nella risoluzione degli enigmi.
Nel piccolo volume edito da Sellerio troviamo riuniti tre brevi racconti nei quali, come vuole la retorica del genere, Zaleski si trova alle prese con avvenimenti e delitti all’apparenza del tutto inspiegabili: l’assassinio di un nobile sbrigativamente accantonato dalla polizia, i misteri di una rara pietra “magica” e un eccidio internazionale di innocenti. Ad affiancarlo nelle indagini c’è lo stesso Shiel che si introduce così nelle vicende come una sorta di “Watson” affascinato dal misticheggiante indagatore e, allo stesso tempo, come narratore in prima persona degli eventi. Chiamato in causa proprio dall’aiutante scrupoloso e informato dei fatti, il principe Zaleski accetta i singoli casi con la logica freddezza del risolutore di rompicapi: partendo dai pochi indizi tratti dalla cronaca e dai reperti in possesso del fido Shiel, il detective ricompone ogni volta il puzzle affiancando uno dopo l’altro i pezzi che al suo collaboratore, come al lettore, appaiono sparsi e privi di qualunque connessione che non sia l’assurdo.
L’autore riesce a tenerci sapientemente incollati alla pagina mentre assistiamo ai prodigi della mente di Zaleski che, dietro il velo oscuro che ammanta ciascun dramma, vede e descrive lo schema preciso che sorregge l’accaduto.
Se c’è una nota negativa è che ciascun racconto ha spesso l’aria dell’esercizio di stile. Shiel, probabilmente, se ne rende conto e così – tra una rivelazione e l’altra – vicino alle sofisticate e raziocinanti descrizioni dei fatti, giustappone gli iperbolici discorsi del principe, diversivo evidentemente utilizzato per divagare dal prestabilito svolgimento della narrazione. Ma non solo. Come a voler controbilanciare la ferrea razionalità con cui opera Zaleski, peraltro suggerendone l’ambiguità del carattere, l’autore riporta i lunghi e vaneggianti proclami filosofici del veggente indagatore forse per suggerire al lettore che la compita razionalità con cui si svela un arcano non è altrettanto utile per sopperire alla tragicità della condizione umana. Scopriamo allora i motivi dell’isolamento di Zaleski: «L’individuo procede con dolore. Spreca le sue energie nella lotta per la qualità, per il potere, per l’aria, e tuttavia non riesce a sfuggire all’asfissia. Quando l’antica madre ruoterà in un’orbita più sublime, noi le terremo dietro sul suo dorso; sino ad allora ci costruiremo invano organi di Icaro».
Voto in stelle: 4

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