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Racconto Breve: "Ho freddo" di Giuseppe Novellino

Dettagli
Quest'oggi Letteratura Horror propone un racconto scritto da Giuseppe Novellino dal titolo “Ho freddo” e sarà possibile leggerlo e, previa registrazione o login al sito, votarlo e commentarlo. Inoltre, sarà possibile scaricare“Ho freddo” in calce nei formati pdf ed ePub.
 
HO FREDDO
 
Samuel esercitava su di lui un’attrazione morbosa.
Era un bambino nero, grassottello, con una velatura di capelli crespi su una testolina sferica. Gli piaceva tenerselo vicino, coinvolgerlo nel gioco, coccolarlo e strapazzarlo con un po’ di sadismo, passando improvvisamente da un comportamento all’altro. E nel vederlo disorientato, con quell’espressione di ingenuo stupore per il repentino cambiamento, provava una specie di oscuro piacere che gli saliva dal profondo delle viscere.
Kevin, ragazzetto bianco di dieci anni, non poteva dire di amare Samuel. Ma era attirato da lui e si compiaceva dell’idea che lo guardasse come una specie di semidio.
Quel giorno nevicava. Uno spesso e soffice manto aveva già ricoperto le casette allineate lungo il viale alberato. La collina e il boschetto sembravano elementi di un paesaggio fiabesco. Sull’altro pendio del rilievo, verso i prati e i campi di granoturco, Kevin e Samuel giocavano con la slitta. Erano soli.
- Facciamo un pupazzo di neve? – propose il bimbo nero. Aveva una voce troppo infantile per i suoi otto anni. Alle orecchie di Kevin suonava irritante e nello stesso tempo piacevole.
- Ovviamente sarà un pupazzo bianco – disse Kevin, con cattiveria. Gli piaceva sbirciare le reazioni del compagno più giovane quando gli lanciava osservazioni di carattere razzista.
Samuel non diede segno di aver colto. Si era già messo ad ammonticchiare neve.
Poi a Kevin venne un’idea. Perché non farlo tribolare un po’? - Okay, ma dobbiamo addobbarlo come si deve.
- Certo – cinguettò il bambino nero.
- Vediamo un po’… - fece Kevin, guardandosi intorno e grattandosi il mento con la mano guantata. – Ci vorrebbero… Ecco, dei rametti, di quelli verdi e teneri che stanno sulle cime degli alberi.
Davanti a loro svettava un bellissimo abete con i rami spioventi, carichi di neve.
Kevin aveva sollevato lo sguardo e guardava verso la cima.
- Lassù? – intuì Samuel, sgranando gli occhioni scuri.
Kevin provò un fremito. – Certo, lassù!
- Perché non ci vai tu?
- Fammi vedere cosa sai fare! Altrimenti non gioco più con te e ti lascio con le bambine.
Kevin si rese conto che Samuel non voleva deludere l’amico più grande, ma nello stesso tempo tradiva esitazione e timore. Godeva nel vederlo così.
- Ecco, prendi questo coltellino… Ti aiuterà a tagliare i rami sottili.
Samuel cominciò ad arrampicarsi.
- Va bene qui?
- No, più su. Sali ancora!
Il bambino nero era quasi in cima. Il tratto terminale del tronco ondeggiava sotto il suo peso. Kevin lo osservò mentre armeggiava con il temperino. Poi lo vide cadere fra i rami. Evidentemente, nell’usare l’attrezzo, aveva perso la presa.
Si chinò su di lui. Il piccolo aveva battuto la testa, teneva gli occhi sbarrati verso il sovrastante intrico di fronde.
Non tardò a capire che il bambino era morto.
Non provò dispiacere. E nemmeno paura. Solo una strana sensazione, un misto di godimento e di struggente malinconia, saliva dal profondo delle sue viscere.
- Scemo! Piccolo scemo negro che non sei altro! Neanche capace di arrampicarti su un albero…
Poi lo trascinò sulla coltre candida. Lo mise seduto, con il busto piegato in avanti e le braccia penzoloni. Quindi cominciò a ricoprirlo di neve.
- Ecco, volevi fare un pupazzo? Il pupazzo sei tu… un pupazzo bianco, però.
Poi andò a recuperare il suo coltellino e si avviò verso casa.
Al padre di Samuel, che aveva telefonato a casa per chiedere se l’aveva visto nel pomeriggio, riferì che non ne sapeva nulla. Poi si coricò.
Dopo un breve sonno si svegliò in una camera gelata. La finestra, spalancata, lasciava entrare l’aria gelida della notte.
Fece per alzarsi e andare a chiudere le imposte, ma non ci riuscì. Era come paralizzato.
- Ho freddo… - disse. E trasalì.
Non era la sua voce, ma quella di Samuel.
Disse ancora: - Non sono un pupazzo di neve. Kevin, aiutami! Non lasciarmi qui solo.
Dal soffitto cominciarono a scendere stalattiti di ghiaccio. Una sottile brina si depositò sulle pareti e sull’arredamento della stanza. Il vento gelido soffiava attraverso la finestra aperta.
Poi Kevin vide se stesso, rigido come uno stoccafisso, sdraiato fra le lenzuola e le coperte ghiacciate; vide la porta spalancarsi e comparire la mamma. Era entrata a chiamarlo per andare a scuola.
Ma lui non si sarebbe rivestito, non avrebbe fatto colazione. Mai più, né quella, né altre mattine.

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