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Racconto Breve: "Il Nome" di Michele Belsanti

Dettagli
Letteratura Horror propone un racconto scritto da Michele Belsanti. Il racconto si chiama “Il Nome” e sarà possibile leggerlo e, previa registrazione o (qualora foste già registrati) login al sito, votarlo e commentarlo. Inoltre, sarà possibile scaricare“Il Nome” in calce al racconto nei formati pdf ed ePub per poterlo leggere anche sul tuo e-reader.

Il nome

“Perché?”.
Hannibal non rispose.
Hannibal. Che cazzo di nome gli avevano messo i giornali a questo stronzo, un nome da film. Ma quello non era un attore, era solo un pazzo malato.
Malato?
“Perché?”
Hannibal neanche alzò gli occhi verso di lui.
Guardalo, pensò il poliziotto, il terribile serial killer, un ometto come tanti, non aveva niente di speciale, niente di mostruoso, non aveva neanche un nome...
Hannibal. Cazzo di nome.
“Perché? Fammi capire...”.
Per la prima volta, il volto di Hannibal si mosse. Si alzò piano piano, quasi risvegliandosi, e i suoi occhi si piantarono negli occhi del poliziotto.
Il poliziotto sentì una morsa allo stomaco. Gli occhi non avevano colore, erano semplicemente... semplicemente...
“Non c’è un cazzo da capire” disse lentamente l’assassino, pesando le parole.
Semplicemente spenti.
Il volto di Hannibal si era di nuovo bloccato, un assurdo freeze frame di quello che non era un film.
Al poliziotto venne quasi da ridere... freeze frame... bella pensata, si adattava a quel maniaco... le sue vittime erano state tutte ritrovate.
In una cella frigorifera.
Almeno, quasi tutte, perché ne mancavano dei pezzi.
Se li era mangiati.
“Non c’è un cazzo da capire, dici...” rispose il poliziotto cercando di rimanere calmo, “no, hai ragione, non c’è un cazzo da capire, vero... Hannibal?”
Il volto del killer rimase impassibile.
“E’ normale, certo. E’ normale uccidere sei uomini e nove... no, dieci donne, surgelarne i corpi e mangiarseli pezzo a pezzo. Cosa c’è da capire?”.
L’ironia, male appiccicata, scivolò via dalle parole del poliziotto. Rimase solo un po’ di... un po’ di...
Cazzo, un po’ di paura.
Gli occhi del poliziotto corsero alle mani del killer. Le manette erano lì, sicure.
Imbecille che sono, pensò il poliziotto. Ho anche la pistola. Di cosa cazzo devo avere paura?
E poi sono più grosso di lui.
Sono più forte di lui.
“Grossa pistola...”
Il poliziotto si scosse dai suoi pensieri. Guardò Hannibal, stupito: quel pazzo stava cantando.
“...paura nella gola...”
Stava cantando, cristo. Stava cantando un girogirotondo del cazzo.
“...la gola che si taglia, la lama non si sbaglia...”
Lo fissava a bocca aperta. Non riusciva a dire niente.
“...e chi se la fa sotto è sempre il poliziotto!”.
La filastrocca finì com’era cominciata. La faccia del killer era rimasta impassibile, durante tutto il tempo.
Il poliziotto ebbe un brivido.
“Bravo, sei un artista, un poeta, vero?”.
Hannibal, di nuovo, non rispose.
“Almeno hai un nome? Un nome vero, voglio dire...”.
“Un no-me?” sillabò cantilenando il killer. “Un no-me?”
“Sì, un nome, brutto stronzo, un nome, come quello delle tue vittime, Fabrizio Rasi, per esempio, ventun anni, alto...”
“...alto un metro e settantacinque, pallido, senza peli...”
continuò Hannibal, parlando davvero per la prima volta, “l’ho conosciuto in un bar, mi ha chiesto un passaggio...”
Il poliziotto accese il registratore.
Finalmente.
“...aveva bevuto. Io no, io non bevo, non bevo mai. Siamo saliti in macchina. Rideva ancora quando gli ho ficcato il coltello nella gola. Il sangue...”
Il poliziotto deglutì.
“...il sangue schizzava fuori, lui era già morto. Allora sì”.
“Allora sì, cosa?”
“Allora sì che ho bevuto”, concluse Hannibal.
Il poliziotto si irrigidì. QUESTO non c’era scritto nel rapporto.
“Ho bevuto attaccandomi alla sua gola. Era caldo, il sangue, caldo, mi entrava in bocca a fiotti. Poi l’ho portato nella cella...”
Il poliziotto si strofinò gli occhi. Gli sembrava quasi di vedere il sangue colare giù dalla bocca di Hannibal.
“...l’ho appeso al gancio. Poi gli ho addentato un braccio, l’ho mangiato così... crudo”.
Hannibal smise di parlare. Il poliziotto rimase immobile, fissandolo, per qualche secondo. Poi spense il registratore.
Cristo, pensò.
“Gesù Cristo, Gesù Cristo...”.
Di nuovo. Di nuovo cantilenava, quel pazzo maledetto.
“...chi l’ha visto, chi l’ha visto, mangio il corpo, bevo il sangue, il suo volto è bianco, esangue, poi sbranarselo con cura, indovina chi ha paura?”
Hannibal tacque all’improvviso. Fissava il poliziotto.
“Non ho paura di te, stronzo. Di cosa dovrei aver paura?”
La bocca di Hannibal si aprì. Le parole iniziarono ad uscire.
“Carla Dominici, ventisei anni, capelli neri, occhi verdi, alta un metro e sessantacinque...”
Gli occhi del poliziotto corsero al rapporto.
Erano le esatte parole della scheda della vittima. Accese di nuovo il registratore.
“...conosciuta in un night. Abbiamo fatto amicizia, l’ho portata a casa. Appena siamo entrati, l’ho colpita sulla testa. L’ho spogliata, l’ho trascinata nella cella. Era viva quando l’ho appesa al gancio...”
Il poliziotto si prese la testa fra le mani. Non voleva sentire, non VOLEVA sentire.
“...urlava di dolore. Ha urlato ancora più forte quando le ho tagliato il seno destro, a piccoli pezzi, li mangiavo man mano che li tagliavo. Urlava. Schizzava sangue...”
Basta, pensò il poliziotto. Basta, non voglio sentire questa cosa...
“...l’altro seno non l’ho tagliato con il coltello. Il capezzolo l’ho staccato con un morso, era buono, dolce, tenero...”
Il poliziotto si toccò gli occhi, e si accorse che stava piangendo.
“...urlava, piangeva. Ho leccato le sue lacrime. Poi l’ho sgozzata”.
Silenzio.
Ancora silenzio.
La mano del poliziotto cercò il registratore, lo spense. Poi la sua testa si alzò, lentamente. Hannibal era lì, immobile, la sua faccia era piena di...
“Sangue” disse lentamente Hannibal.
Sangue.
Non poteva essere.
Sangue.
“Assassino del cazzo” iniziò ad urlare il poliziotto, “fai trucchi da prestigiatore, vero?, maledetto rottinculo, dovrei ammazzarti, dovrei ammazzarti io, qui...”
“Fallo” disse lentamente l’assassino.
Il poliziotto ammutolì.
“Fallo. Uccidimi qui. Ora. Con il coltello”.
Di che cazzo di coltello parla questo stronzo ho capito vuol farmi impazzire ma non ci riuscirà non ci riuscirà devo controllarmi devo respirare devo calmarmi devo calmarmi...
Devo calmarmi...
Il poliziotto riprese il controllo di se stesso.
“Basta, abbiamo finito, hai detto abbastanza, ci penseranno gli altri, adesso. Non ti voglio più sentire...”
“Gino Latini, diciassette anni, un metro e settantasei, biondo, occhi castani...”
Il poliziotto sentì un brivido di terrore. Il suo sguardo corse al fascicolo, la scheda era lì, iniziava con le stesse maledette parole...
“Ha suonato a casa mia un sabato pomeriggio. Non ricordo cosa volesse. L’ho fatto entrare, ho chiuso la porta e l’ho tramortito...
Senza neanche accorgersene, il poliziotto aveva già acceso il registratore.
“...l’ho spogliato, l’ho portato in cella. Non l’ho appeso, l’ho legato al tavolo da lavoro. Poi ho aspettato che si svegliasse...”
Il poliziotto ondeggiava la testa, come in trance. No, no, no, non me lo raccontare questo, non me lo raccontare, non voglio sentire...
“...ho iniziato a tagliarlo da vivo. Urlava. Volevo- sentirlo-urlare”.
Il poliziotto scoppiò a piangere, con singhiozzi violenti. Maledetto, maledetto pazzo...
“Tagliavo piccoli pezzi, e me li mangiavo. Gli ho tagliato il pene. Me lo sono mangiato mentre mi guardava. Urlando”.
Il poliziotto scattò in piedi, corse alla porta della stanza degli interrogatori, la aprì con violenza, corse fuori urlando.
“BASTA!!! BASTA!!! VENITELO A PRENDERE, PORTATELO VIA, HA CONFESSATO, BASTA!!! VENITEVELO A PRENDERE!!!!!”
Nessuno rispose.
Il poliziotto si guardò intorno, inorridito. La stazione di polizia era vuota. Vuota. Non c’era nessuno. Dove cazzo erano finiti tutti?
Nessuno, non c’era nessuno.
Solo lui. Lui e Hannibal.
Cazzo di nome. Cosa stava succedendo?
Ritornò con passi incerti nella stanza degli interrogatori.
Hannibal era ancora lì, fermo. Avrebbe potuto fuggire, ma era rimasto lì.
Era tutto sporco di sangue.
Il poliziotto si sedette di nuovo. Vedeva se stesso muoversi, come in un sogno.
“Non c’è un cazzo da capire”, disse lentamente Hannibal.
Il poliziotto annuì, in silenzio. Lo guardò. Non aveva più le manette.
“Ti sei liberato...” disse il poliziotto, con voce cantilenante.
“No. Non mi sono liberato. Nessuno è libero. Mai”.
Hannibal era un’immagine confusa davanti ai suoi occhi.
“Perché mangiarli? Perché?”
“Per sentire. Perché, se no?”
“Il tuo nome... il tuo vero nome... dimmelo...”
“Non ho un nome. Tutto questo non ha un nome”.
“No?” chiese il poliziotto, sapendo che non c’era risposta.
“Per sentire...” ripetè lentamente Hannibal.
Il poliziotto riportò in testa il nastro del registratore. Schiacciò il tasto play. Sentì la voce raccontare gli omicidi, descriverli nei particolari.
La sua stessa voce.
Si guardò la camicia. Era piena di sangue. Alzò gli occhi verso Hannibal.
Nessuno. Non c’era nessuno.
Fermò il registratore, se lo mise in tasca. Anche la giacca era piena di sangue.
Sentì che c’era qualcos’altro, nella tasca. Lo tirò fuori. Un coltello.
Il coltello.
“Non c’è un cazzo da capire”, disse ad alta voce.
Ma il registratore era spento.

Michele Belsanti


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