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Rubrica - Horror, miti e leggende: "Luna, dolce luna..."

Dettagli

“Luna, dolce luna...” di Diana Jennifer Labate è la prima leggenda metropolitana sopranaturale della nuova rubrica "Horror, miti e leggende”. Se vuoi contribuire anche tu alla rubrica inviaci la tua storia a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Reggio Calabria, Agosto 1987
E' una serata calda e la brezza salmastra proveniente dal mare accarezza i capelli di un uomo e suo figlio. I due si ritirano da una lunga e faticosa giornata di pesca. Benché stanchi, essi sono comunque soddisfatti perché il mare è generoso ed ha regalato loro bel bottino di pesci pregiati che hanno venduto al ristorante più rinomato della città, ricavandone un discreto guadagno. L'uomo osserva il cielo nero rischiarato da una luna immensa, talmente luminosa da illuminare le strade completamente deserte che costeggiano le spiagge prima di inerpicarsi lungo dei dolci pendii sui quali crescono cespugli di ginestrone ed enormi siepi di fichi d'india.


Il ragazzo allunga la amano ed afferra un frutto spinoso con la destrezza tipica di chi è abituato ad apprezzare i doni di quelle piante. Sempre camminando lo sbuccia usando il coltellino multiuso che porta sempre con sè e lo assapora lentamente. Ogni tanto, i due si scambiano degli sguardi complici ed allegri; la vita è proprio bella pensa, se si è amati e si ha la fortuna di lavorare. I grilli frinendo, forniscono una naturale colonna sonora a quel momento di grazia sublime. L'uomo guarda di nuovo l'astro d'argento ed i primi versi di una poesia declamata sempre dal nonno, gli balzano in mente:
" Luna dolce luna, allegra e sorniona nel tuo letto di stelle, guardi sprezzante la Terra che vorresti strappare dalle braccia del tuo nemico, il Sole. Ma desideresti scomparire dal firmamento quando odi il temibile ululato che tutti gli alberi e perfino le rocce fa tremare!" Quelle parole provocano un brivido di paura al ragazzo e pure lui ne è intimorito; cosa gli è saltato in mente di pronunciare?
Egli mette un braccio sulle spalle del figlio e lo stringe a se, per incoraggiarlo.
"Non temere: è solo una leggenda. Nessuno ha mai riferito di aver visto uno di quei cosi..." gli dice, per rincuorarlo.
"Quei "cosi" si chiamano Lupi Mannari e se nessuno ha mai detto di averli incontrati, forse è perché non sono sopravvissuti tanto a lungo per fare un resoconto della loro esperienza!" Il padre ride, ma non vi è alcuna traccia di allegria nella voce. Guarda ancora la luna e la maledice in silenzio. Non credeva alla storia dell'uomo che diventava lupo, ma era terrorizzato dai briganti e dai ladri che si nascondevano nelle grotte di cui era disseminate le colline che circondavano la sua casa. Il silenzio cadde su di loro come una cappa di piombo; all'improvviso tutte le creature notturne avevano smesso di farsi sentire e nell'aria soffocante risuonava solo il tintinnio dei loro attrezzi per la pesca. Con un sospiro di sollievo intravidero il fumo che usciva dal comignolo della loro piccola dimora: chissà quali leccornie aveva preparato la mamma, pensò il ragazzo. Il pensiero di trovare la loro donna e sedersi a tavola, gli fece dimenticare ogni cosa e ripresero a sorridere e scambiarsi gomitate amichevoli. Ma uno strano animale a quattro zampe, dalle possenti spalle disseminate da chiazze di pelo fulvo, si parò davanti a loro. Entrambi pensarono fosse un cane di una qualche razza sconosciuta, dovettero ricredersi quando la creatura venne illuminata in pieno dai raggi lunari. Aveva gli occhi rosso cremisi infossati in un volto che ricordava quello di un uomo. Un rivolo di bava densa colava dagli angoli di una bocca piccola e troppo stretta per contenere quelle due file di denti lunghi e baluginanti. Le labbra nere e grosse coprivano appena gli incisivi che fremevano per affondare nelle gole palpitanti dei due. Lo strano animale si alzò sulle zampe posteriori ed emise un urlo profondo che a malapena ricordava un ululato: sembrava il grido di uno squilibrato. Li fissò entrambi negli occhi ed essi capirono che la luna sarebbe stata l'unica testimone della loro morte.
"Scappa, figlio, scappa e mettiti in salvo!" Urlò l'uomo pochi minuti prima che una zampa artigliata si abbattesse sul suo petto, squarciandolo come fosse di burro, mentre il sangue colorava di rosso i fiori della ginestra e le siepi dei fichi d'india. Il ragazzo urlò e cercò di aiutare il padre, ma capì che ormai era troppo tardi. Si allontanò dal luogo della tragedia, tappandosi le orecchie per non udire gli spaventosi versi di quel mostro dalle sembianze umane che grufolava i poveri resti. L'alba stava sorgendo ed il cielo da grigio divenne rosa, quando finalmente nei pressi di casa. Vide sua madre sulla soglia agitare le braccia per salutarlo ed immaginò il suo dolore quando le avrebbe raccontato ciò che era successo. Ma non fece in tempo ad aprire bocca perché il suo cuore non resse allo spavento ed al dispiacere e si spezzò...


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