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Rubrica - "I Vivi, i Morti e i Lettori": Ripetizione Versus Innovazione

Dettagli

Amici e lettori di Letteratura Horror oggi abbiamo il piacere di proporvi la 2^ puntata di "I Vivi, i Morti e i Lettori", rubrica sul mondo della letteratura di genere curata da uno dei maggiori scrittori italiani di horror, Claudio Vergnani. In questa puntata lo scrittore modenese tratta l'annosa disputa tra innovazione e il "classico" nella letteratura.
RIPETIZIONE VERSUS INNOVAZIONE
E’ il classico conflitto senza tempo. O almeno, dacché in qualche modo è stata prodotta (istinto? Necessità? Noia?) la prima forma di narrazione.

Ci piace il nuovo o preferiamo ciò che già conosciamo e che già ci è piaciuto? Vogliamo la rassicurazione delle mode ripetitive o magari – anche all’interno di queste ultime – preferiamo chi rompe il meccanismo, spiazzandoci, certo, ma anche – forse – regalandoci il piacere di aver letto (o visto) qualcosa di innovativo?
In teoria i più concorderanno nel ritenere che se in un romanzo, o in un film (non solo, certo, ma sono questi, ora, la nostra materia) l’innovazione si sposerà felicemente su una “base” o una “struttura” già conosciute e apprezzate, allora il prodotto, quale più, quale meno, sarà riuscito. Il classico valido compromesso.
Bella risposta, ma un tantino troppo istintiva. Come dire: tra troppo salato e poco salato preferisco la giusta dose di sale. Monsieur De Lapalisse, pensiamo, si sfregherebbe le mani.
Ma la domanda che ci poniamo oggi – visto che non ci dispiace scavare un pochino più a fondo nell’essenza delle cose – è se tale convinzione sia realmente condivisa e accettata.
Non siamo noi, certamente, a porci tale domanda per primi, ci mancherebbe. E mentiremmo se affermassimo di non essere informati su alcune delle tesi (spesso contradditorie) più conosciute. Dovendo proporre un breve saggio illuminante, rimanderemmo (parere nostro) a “Le strutture narrative in Fleming” di Umberto Eco, ne Il superuomo di massa.
Il discorso è complesso, e non è detto che debba dividere i lettori in due schiere astiose e pugnanti l’una verso l’altra. Chi scrive, ad esempio, non disdegna meccanismi ripetitivi e consolatori (esistono anche quelli ripetitivi ma senza lieto fine, e quindi non consolatori, ma quella è un’altra storia), pur privilegiando lo sforzo di ideare, produrre, architettare, evocare – insomma, raggiungere – quella forma creativa e quasi alchemica che a volte riesce a dar luogo al romanzo (o al film) di genere (e che rispetta le strutture portanti del genere) introducendo però varianti e idee che si nascondono nelle pieghe di un territorio variamente - e non sempre solo superficialmente - già esplorato.
Il cliché paga. Quasi tutto intorno a noi procede per cliché. Ce ne sono alcuni evidenti e altri camuffati, ma sono tutt’intorno a noi. Se in un horror il protagonista scruta (diciamo di notte) la porta chiusa di una vecchia casa abbandonata e silenziosa con i binocoli, tenendosi discosto tra le ombre di un bosco, l’effetto – poco o tanto a seconda dell’esperienza e della militanza del lettore - è comunque già raggiunto. Suspense. Poco o tanto il lettore potrà attendersi in termini di tecnica narrativa, ma quel protagonista prima o poi varcherà quella soglia. Se non lo facesse, o si rifiutasse di farlo, forse qualcuno apprezzerebbe il contro-colpo di scena, ma i più, anche gli spettatori maggiormente smaliziati, si sentirebbero privati di qualcosa che era loro dovuto.
Il già visto, ciò che ripropone un meccanismo ormai rodato, paga. Si va sul sicuro con esso. L’innovazione invece procede
con enormi rischi sul campo minato del non-conosciuto e dello sperimentale. Non ci stupiamo. Per certi versi è come quando si va al ristorante: otto volte (forse nove) su dieci si sceglieranno gli stessi piatti. Ci piacciono, li conosciamo, perché cambiarli?
Così anche nei romanzi, di genere o meno. Parlando in termini generici, in un giallo ci verranno dati uno o più morti ammazzati, un mistero, un protagonista che indaga, varie peripezie, forse un amore destinato a smarrirsi nei meandri del Dovere e dell’Ineluttabilità e, infine, lo scioglimento, con la punizione del colpevole. All’autore il compito di renderci la miscela particolarmente gradevole e/o acuta. Nulla di nuovo in questo. Infatti la tecnica narrativa non è al servizio delle idee; semmai, si industria per rivestire di panni luccicanti il già noto. Produce ridondanza nei temi e nelle trame.
Non stupisce quindi trovare un’infinità di temi solo diversi in apparenza (e a volta nemmeno quello) ma ripetitivi nella loro essenza.
Certo, si mangia ciò che passa il convento, e il McDonalds è più pratico e accessibile di Chez Maxime. Un’idea che funziona, soprattutto in Italia, è destinata a figliare un numero impressionante di epigoni, più o meno riusciti. Quando inizierà a declinare ecco che ci si butta su un’altra, e il ciclo ricomincia.
Le novità producono invece sospetto, e se vengono prese in considerazione, fate attenzione, spesso sono novità solo nelle dichiarazioni d’intenti e nella fase di marketing. Grattate un pochino la pagina innovativa e sotto vi troverete ammiccante il nostro ormai amico Già Noto.
Conclusione, la novità piace a tutti, ma quasi nessuno la consuma. Non ci sarebbero sennò, schiere di serial killer, monaci investigatori, arcani segreti biblici, rivelazioni mistiche che cambiano (magari!) il destino del mondo, e via dicendo.
La verità, è che non ci piace cambiare, e forse non ci piace nemmeno leggere sul serio. Più comodo lasciare la scelta di cosa leggere ad altri, che ce la servono su un piatto d’argento. La letteratura di genere – ma non solo – spesso si regge su un equivoco.
E’ un po’ come chiedere a un cittadino di un paese devastato dalla guerra civile se desidera la pace. Dirà di sì, è ovvio. E’ ciò che desidera di più al mondo. E’ ciò che ci aspettiamo che dica. Ma se gli verrà domandato se per avere la pace accetterebbe un compromesso politico con il nemico allora dirà che piuttosto che trovare un accordo con quegli assassini e quei mentitori preferirebbe morire.
Come ebbe a scrivere Mike Bowden, giornalista americano e autore di saggi storici, non è la pace ciò che vogliamo, ma la vittoria.
Questo per dire che il mondo procede per luoghi comuni, e la letteratura – sì, anche di genere – è un riflesso di quel mondo. E in quel mondo al lettore difficilmente piaceranno veramente le sfumature, le differenziazioni, gli approfondimenti che lo porteranno a percorrere vie sconosciute e poco rassicuranti, il riconoscimento e l’applicazione consapevole delle contraddizioni.
Basta guardarsi intorno e chiedersi - citando nuovamente Eco - cosa genera il successo di una data linea politica o di un dato libro. Efficacia, pregi e difetti non risiedono soltanto nell’ambito delle sottigliezze o nell’onestà di una linea di governo, o nel libro che ci dice ciò che vogliamo sentirci dire, ma piuttosto in quella particolare società che produce un tale tipo di elettori e di lettori.

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