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Rubrica - "I Vivi, i Morti, i Lettori": L'horror da catarsi a rassicurazione

Dettagli
Nella terza puntata stagionale di “I Vivi, i Morti e i Lettori” curata da Claudio Vergnani in esclusiva per Letteratura Horror, lo scrittore modenese ci propone un interessante riflessione sulle origine e sviluppi sociale della letteratura dell’orrore.
Buona lettura!
L’horror: da catarsi a rassicurazione
 
Tra le caratteristiche della letteratura horror c’era (spiegheremo perché utilizziamo il tempo passato) quello – sia pur con qualche sostanziale distinzione – di fungere da moderna tragedia greca. Un surrogato, nel senso buono, con qualche mostro in più e qualche complesso edipico in meno.
Tutti sanno che le tragedie mettevano in scena fatti e personaggi votati dall’inizio all’infelicità, al dramma, alla perdizione, il cui doloroso cammino si arrestava solo davanti al disastro finale, insostenibile e privo di qualsiasi redenzione. Chi percorreva questo calvario con crocefissione finale, non era un personaggio negativo, che meritava ciò che gli accadeva, ma quasi sempre si trattava di un personaggio “buono”, o “giusto”, comunque “umano”, che il fato – o la “ubris” - mettevano di fronte a un copione a dir poco ingeneroso. Nel migliore dei casi tragicamente sfortunato, nel peggiore, sadico e persecutorio. Insomma, quel che di peggio poteva capitare ad un essere umano, pur animato dalle migliori intenzioni, era lì che capitava, nella tragedia. Una volta si diceva che i danni peggiori al mondo vengono provocati da chi vuole fare del bene (Good intentions, deadly results). Oggi diremmo “Fai del bene e scordatene”. Comunque sia, la tragedia, mostrando prove tremende, sciagure e drammi che si abbattono come la scure di una giustizia inumana e priva di pietà sul malcapitato di turno, portava lo spettatore – che ci immaginiamo profondamente colpito e forse anche un po’ sgomento – ad alzarsi dal sedile dell’anfiteatro con un misto di sentimenti che lui per primo non sapeva definire, ma che in fondo non erano negativi. Anzi. Perché non era pena ciò che provava, ma sollievo. Non rammarico ma consolazione. Sì, perché i fatti di cui era appena stato spettatore/testimone non avevano preso di mira lui, ma un altro. Differenza, come si capirà, non da poco. Lo spettatore si accorgeva di essere passato sotto la furibonda tempesta che si era scatenata su quel piccolo anfiteatro senza subirne nemmeno una goccia. I suoi guai quotidiani, i suoi dispiaceri, le sue preoccupazioni erano nulla al confronto di ciò che si era appena consumato sotto i suoi occhi. Il sospiro di sollievo era inevitabile. Ecco che la catarsi è quindi già dietro l’angolo. L’accumulo di sentimenti forti sono lì per purificarlo dagli stessi, restituendolo alla vita di tutti i giorni, lindo e pulito nell’animo come un bambino. Felice, forse, d’aver assistito a qualcosa di insostenibile che però, uscito dall’anfiteatro, non lo riguarda più, e che lui si lascia alle spalle, andandosene da quel luogo di finzione dove tutto si è consumato. Almeno sino alla volta successiva.
Per certi versi – certi, sottolineiamo – la narrativa Horror procedeva per sentieri non troppo dissimili. Naturalmente nessuno qui vuole tracciare un parallelo troppo diretto con la tragedia, tuttavia alcuni punti in comune ci sono (si pensi ad alcune tragedie Shakespeariane, dove l’irrazionale, l’occulto e l’orrore, soprannaturale e non, irrompono con forza da ogni pagina). L’horror propone situazioni spinte al loro limite estremo, quando non addirittura soprannaturali (per qualcuno imprescindibili, cosa vera fino ad un certo punto), aggredendo (e compiacendo) il lettore, il quale, subita la prevedibile tormenta dei tempi e degli sviluppi spaventosi, allucinati, difformi e mostruosi, chiude il libro ed è ben felice di “tornare” alla sua quotidianità, forse meno movimentata, ma di sicuro più tranquilla. Quindi, il demone, il vampiro, l’uomo lupo, i mostri (vari) e i fantasmi ci affascinano e ci spaventano, a seconda dei casi, e ci fanno inoltrare con cautela tra le pagine del romanzo - come se stessimo veramente aprendo una porta chiusa, percorrendo un sotterraneo buio, attraversando un bosco a stento illuminato dalla luna, girovagando per i vialetti contorti e bui di un cimitero fuori mano con una lanterna (o una torcia) in mano – non senza essere scossi da piacevoli brividi ma sapendoci intoccabili; spettatori un po’ intimoriti e un po’ deliziati dalle vicende che leggiamo e – anche qui, come già per la tragedia – ne usciamo magari scossi ma grati di poterci liberare dalle sensazioni tremende che la lettura ci ispira, sentendoci liberi e purificati, pronti a benedire la nostra ben più noiosa esistenza.
Forse però qualcosa è cambiato. La società in seno alla quale viviamo si è trasformata da madre protettiva e tutto sommato affezionata a megera ingannatrice e crudele il cui unico obiettivo pare essere lo spolparci, tramite meccanismi rodati (in altre epoche) quali la spersonalizzazione dell’individuo, la brutalità di regole che non sono più tutelanti ma al contrario oppressive quando non addirittura vessatorie, l’ipocrisia elevata al rango di saggezza, la menzogna reiterata allo scopo di creare sfinimento, resa e obbedienza, l’annullamento della speranza inferto come colpo di grazia finale (non è chiaro se consapevole o meno, perché non è da escludersi che tale matrigna sia anche un po’ stupida nella sua crudeltà).
Non è questa la sede per dibattere dei mali che la società ha improvvisamente (e tardivamente) scoperto nelle proprie fondamenta, ci basterà dire che il Paradiso terrestre ha levato le tende e il suo posto è stato preso da qualcosa di molto diverso e penalizzante che nessuno, ad oggi, nemmeno chi ne cavalca compiaciuto l’onda, sa dove ci porterà.
Ora, dunque, un vampiro, un lupo mannaro, un fantasma, sono nulla di fronte a ciò che ci tocca da vicino, sminuendoci, trasformandoci, se abbasseremo la guardia, in micro e  macro realtà isolate che – come nel medioevo, come nella preistoria – sono pronte a sbranarsi tra di loro con l’unico scopo di “esistere” un giorno di più (strategia che serve a guadagnare giorni, certo,  ma anche a perdere decenni, se non secoli).
Ora, forse, è questo che ci fa veramente paura. Mai come oggi ignoriamo – come avrebbe detto forse Montale – se saremo al festino, farcitori o farciti. Ora conosciamo una paura nuova, ambigua, che non sappiamo bene come catalogare, ma che si sta insinuando in profondità. La disoccupazione, la povertà, il crollare delle speranze, il servaggio non tanto al denaro in sé quanto alle Borse e alle Banche. Queste Entità colpiscono e colpiscono duro, e noi non comprendiamo il perché. La conoscenza, in questo caso, è impotente (momento probabilmente unico nella storia del mondo). Le spiegazioni – soprattutto quando minuziosamente argomentate dai cosiddetti esperti – si fanno evanescenti, vuote, manchevoli, quando non addirittura pretestuose, e sempre meno ci convincono. Oggi non temiamo l’ingiustizia, temiamo la possibilità di entrare a farne parte. Non è una differenza di poco conto. Come in un romanzo di King, la gente si suicida in pratica sotto i nostri occhi, ma nessuno sembra disposto a prendere atto di tale tragedia.
Forse, detto in modo banale, ora i protagonisti di un romanzo horror siamo noi, e tale romanzo non ce lo siamo scelto, ci è stato imposto. Sappiamo solo che chiunque l’abbia scritto è un pessimo narratore, e che non è prevista catarsi, non è previsto lieto fine, non esiste logica che possa dipanarne la matassa.
Generalizzazioni? Può darsi. Quando si enunciano concetti spiacevoli l’accusa automatica è quella di qualunquismo. E noi la accetteremmo di buon grado, se tutto si riducesse a quello. Purtroppo non è escluso che ora il romanzo horror non sia più un dolceamaro brivido a buon mercato, e soprattutto conchiuso nel tempo della lettura. Ora forse il romanzo horror ci suscita nostalgia di obsoleti, innocui brividi, chiuso il quale, anziché purificati, ci accorgiamo di tremare ancora, perché possiamo anche essere usciti da un libro, ma di certo non possiamo dimenticare sul comodino la nostra realtà.

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